Vite senza fine. Storie del secolo scorso

Prima parte della Trilogia sulla città di Mestre
spettacolo di narrazione e figure
di Gigio Brunello e Gyula Molnàr
regia Gyula Molnàr
con Gigio Brunello
(2006)

In questo primo episodio della Trilogia sulla città di Mestre il teatro di narrazione incontra il teatro di figura, attraverso un originale utilizzo di sculture di legno animate su un tavolo-palcoscenico. Nel racconto delle vicende degli abitanti di un quartiere operaio “del secolo scorso”, diversi personaggi danno vita a un affresco di vite non ancora alienate. In un tempo passato si svolge il quotidiano vivere, tra feste di quartiere e funerali, sotterfugi e tradimenti, abitudini e sogni. Il sacro e il profano di vite ancora autentiche.

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Un eccezionale gioiello di teatro di figura in cui l’autore muove a vista le sue belle statuine, personaggi che diventano veri come persone, grazie all’abilità sincera del racconto.

Elena Scolari

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Critica

“E come Ariosto imbastiva i fili e i destini furiosi dei suoi personaggi, interrompendo e riprendendo ininterrottamente le loro vicende, così Gigio Brunello in scena si fa a sua volta maestro dell’entrelacement “alla nuova maniera”, muovendo cioè fisicamente i suoi personaggi-sculture sulla scena secondo infiniti intrecci e salti, dandoci ora un assaggio dell’uno ora un assaggio dell’altro e di un altro ancora, e così via per poi ritornare al primo, carico e carichi di tutti gli altri microcosmi, di tutte le altre vite. Insomma un’affabulazione poetica e allo stesso tempo materica, concreta, artigiana, dove la drammaturgia lascia il giusto spazio al gioco”.
– Valentina Sorte, PAC Paneacquaculture


“Una lunga tavola da sagra di paese rappresenta un quartiere operaio di Mestre. Ci sono la chiesa, le case, il filare di pioppi, il cinema all’aperto fatto muovendo le dita davanti ad un piccolo riflettorino, l’elettricista, il fattorino, l’architetto, l’ingegnere, il parroco… come in un bel libro di Guareschi o in un bel film sulla vita popolare di un passato caldo e pieno di umanità”.
– Elena Scolari, PAC Paneacquaculture


“Il pubblico lo guarda e lo osserva in un clima rapito: siamo tornati indietro nel tempo, a giocare con le bambole? O ci stiamo raccontando un pezzo della nostra storia? Azzardiamo una risposta: entrambe le cose. Il che è possibile, se a farlo ci sono un abile narratore, un testo lieve e commovente, una regia attenta, e degli oggetti bellissimi. Più belli che se fossero uomini veri, più veri degli uomini veri: di cui mantengono solo la parte migliore. Perché ci raccontano un mondo pulito”.
– Marianna Sassano, NonSoloCinema


“La narrazione scorre come l’acqua che darà nuova vita a un’antica ruota di mulino mentre il vento fruscia tra i pioppi e si rincorrono le vicende umane di tanti piccoli personaggi, in un paesaggio di presepe laico dove convivono il sacro e il profano, fra tenerezza struggente del ricordo, ironia del destino, comicità degli aneddoti, dolcezza dei giorni perduti, nostalgia di una società non alienante e non alienata”.
– Eugenia Praloran, Eolo

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